Per anni DLV ha firmato la creatività di Campari, e per anni i suoi spot si sono sempre distinti per impatto e originalità. Da quest’anno la creatività è firmata da un’agenzia californiana, Lambesis. Che dire? Si vede.
Gli spot Campari degli anni scorsi non erano caratterizzati da idee geniali, del genere di quelle che possono trionfare a Cannes, ma avevano una loro identità ben precisa. Si sforzavano di essere innovativi, soprattutto cercavano di abbattere i clichè. Li citavo spesso in presentazione perché erano un ottimo esempio di come la pubblicità non deve limitarsi a stupire, ma deve considerare gli aspetti sociologici e i fenomeni di costume del momento. Lo spot degli spadaccini (regia di Tarsem), introduceva un tema allora attuale come l’emancipazione sessuale femminile, mentre l’ultimo che DLV ha realizzato, quello che precede questo per intenderci, aveva come tema un altro argomento molto attuale: l’ambiguità. Sono certo che ciò non fosse casuale e che l’obiettivo di questi spot fosse, principalmente, quello di abbattere i clichè. Con quest’ultimo film, invece, la comunicazione Campari fa un salto indietro di vent’anni. Perché questo è il clichè dei clichè. Sembra quasi che i californiani abbiano interpretato il claim di Campari, Red Passion, senza comprendere ciò che è sempre stato il sottotesto della comunicazione, che poi in fondo è riassumibile in due righe: chi beve Campari è una persona originale, appunto fuori dai clichè. Ma veniamo al simpatico spot. Innanzitutto andrebbe criticata la scelta di utilizzare una testimonial: se in pubblicità esiste un clichè, è proprio questo (prima d’ora Campari non lo aveva mai fatto, perché proprio adesso?). E poi come l’hanno conciata la bellissima Salma Hayek? Trovo che lei abbia un viso fantastico, uno dei più belli al mondo, ma bisogna riconoscere che in questo spot, di corpo, risulta un bel po’ tracagnotta. Perché penalizzarla con le inquadrature? Perché riprenderla così da dietro, dal basso verso l’alto, enfatizzandole una schiena alla Ian Thorpe? Perché, subito dopo, inquadrarla frontalmente sottolineando una silhouette comprensibile solo grazie a ore e ore di post-produzione? E dei seni vogliamo parlarne? A parte l’effetto brillantini sulla scollatura che fa sembrare il suo decolletè una morbida pista d’atterraggio, le tette sono così compresse e gonfie che pare che abbiano assorbito tutto il silicone avanzato dall’ultimo spot Saratoga. Un’altra cosa degna di nota è la fotografia: ma forse in questo caso il direttore della fotografia è scivolato sul filtro della saturazione durante il telecinem (ogni volta che lo spot passa in tv bisogna mettersi gli occhiali da sole).
La cosa però più esecrabile di tutte è la sceneggiatura. Salma entra nell’hotel Campari, supera la reception e cominciano ad aprirsi le porte. Dalla prima la invitano due viziosi con mascherina che reggono in mano del caviale. Il primo dei due sembra una checca (mi scuso con il pubblico meno eterosessuale del blog), perché gli fa un cenno con la mano effeminatissimo. Capisco il tentativo di citare Eyes Wide Shut, ma mi risulta che durante una seduta spiritica il povero spirito di Stanley Kubrick abbia cercato di fare causa a Matthew Rolston (il regista dello spot). Comunque, Salma a questi due pervertiti dice di no, anche un po’ schifata (secondo me perché ha capito che quello non è caviale ma comunissime uova di Lompo). Traduzione della vignetta: al vizio e ai cibi di lusso Salma dice di no. Dopodichè Salma prosegue e dalla seconda porta escono due mani che reggono un collier di diamanti. Salma non fa caso alla cattiva educazione del tipo, che presenta solo le sue mani, ma dice ancora di no. Traduzione: Salma rinuncia pure alla ricchezza. Dalla terza porta, poi, esce una donna con un body nero, un cilindro e una frusta. Salma continua a dire di no. Traduzione: … be’, questa non l’ho capita bene neanch’io… non so infatti a cosa abbia detto di no… al sadomasochismo? alle donne gay? al circo Orfei? (chi ha un’interpretazione logica della cosa è pregato di scrivermi). Infine dall’ultima porta escono fuori due mani che reggono un vassoio con due bicchieri di Campari. A parte l’innaturalità della postura (per mostrare bene l’etichetta quel pazzo furioso regge il vassoio con la destra e versa con la sinistra), è particolare la copiosità con cui scende il liquido. Vorrà mica significare che alla fine abbiamo trovato il vizio di Salma? Non è perversa né bulimica (rinuncia alle uova di Lompo), e non è neppure attratta dal lusso o dal circo. Vorrà mica dire che alla fine è alcolizzata? Potrebbe, tanto è vero che entra proprio nell’ultima porta. Traduzione: a Campari Salma dice di sì. Sintesi finale: a tutto ciò che è assolutamente godurioso e appetibile Salma dice no, tranne che a Campari. Clichè su clichè su clichè, insomma, una tale boiata che non potrebbe essere accettata nemmeno da uno studente di una scuola di comunicazione al suo primo giorno. Concludendo: è solo il mio parere, ma credo che se i californiani avessero fatto vedere Salma che piscia dentro un bicchiere di Campari avrebbero fatto meno danni alla marca. Almeno non sarebbe stato un clichè.
Gli spot Campari degli anni scorsi non erano caratterizzati da idee geniali, del genere di quelle che possono trionfare a Cannes, ma avevano una loro identità ben precisa. Si sforzavano di essere innovativi, soprattutto cercavano di abbattere i clichè. Li citavo spesso in presentazione perché erano un ottimo esempio di come la pubblicità non deve limitarsi a stupire, ma deve considerare gli aspetti sociologici e i fenomeni di costume del momento. Lo spot degli spadaccini (regia di Tarsem), introduceva un tema allora attuale come l’emancipazione sessuale femminile, mentre l’ultimo che DLV ha realizzato, quello che precede questo per intenderci, aveva come tema un altro argomento molto attuale: l’ambiguità. Sono certo che ciò non fosse casuale e che l’obiettivo di questi spot fosse, principalmente, quello di abbattere i clichè. Con quest’ultimo film, invece, la comunicazione Campari fa un salto indietro di vent’anni. Perché questo è il clichè dei clichè. Sembra quasi che i californiani abbiano interpretato il claim di Campari, Red Passion, senza comprendere ciò che è sempre stato il sottotesto della comunicazione, che poi in fondo è riassumibile in due righe: chi beve Campari è una persona originale, appunto fuori dai clichè. Ma veniamo al simpatico spot. Innanzitutto andrebbe criticata la scelta di utilizzare una testimonial: se in pubblicità esiste un clichè, è proprio questo (prima d’ora Campari non lo aveva mai fatto, perché proprio adesso?). E poi come l’hanno conciata la bellissima Salma Hayek? Trovo che lei abbia un viso fantastico, uno dei più belli al mondo, ma bisogna riconoscere che in questo spot, di corpo, risulta un bel po’ tracagnotta. Perché penalizzarla con le inquadrature? Perché riprenderla così da dietro, dal basso verso l’alto, enfatizzandole una schiena alla Ian Thorpe? Perché, subito dopo, inquadrarla frontalmente sottolineando una silhouette comprensibile solo grazie a ore e ore di post-produzione? E dei seni vogliamo parlarne? A parte l’effetto brillantini sulla scollatura che fa sembrare il suo decolletè una morbida pista d’atterraggio, le tette sono così compresse e gonfie che pare che abbiano assorbito tutto il silicone avanzato dall’ultimo spot Saratoga. Un’altra cosa degna di nota è la fotografia: ma forse in questo caso il direttore della fotografia è scivolato sul filtro della saturazione durante il telecinem (ogni volta che lo spot passa in tv bisogna mettersi gli occhiali da sole).
La cosa però più esecrabile di tutte è la sceneggiatura. Salma entra nell’hotel Campari, supera la reception e cominciano ad aprirsi le porte. Dalla prima la invitano due viziosi con mascherina che reggono in mano del caviale. Il primo dei due sembra una checca (mi scuso con il pubblico meno eterosessuale del blog), perché gli fa un cenno con la mano effeminatissimo. Capisco il tentativo di citare Eyes Wide Shut, ma mi risulta che durante una seduta spiritica il povero spirito di Stanley Kubrick abbia cercato di fare causa a Matthew Rolston (il regista dello spot). Comunque, Salma a questi due pervertiti dice di no, anche un po’ schifata (secondo me perché ha capito che quello non è caviale ma comunissime uova di Lompo). Traduzione della vignetta: al vizio e ai cibi di lusso Salma dice di no. Dopodichè Salma prosegue e dalla seconda porta escono due mani che reggono un collier di diamanti. Salma non fa caso alla cattiva educazione del tipo, che presenta solo le sue mani, ma dice ancora di no. Traduzione: Salma rinuncia pure alla ricchezza. Dalla terza porta, poi, esce una donna con un body nero, un cilindro e una frusta. Salma continua a dire di no. Traduzione: … be’, questa non l’ho capita bene neanch’io… non so infatti a cosa abbia detto di no… al sadomasochismo? alle donne gay? al circo Orfei? (chi ha un’interpretazione logica della cosa è pregato di scrivermi). Infine dall’ultima porta escono fuori due mani che reggono un vassoio con due bicchieri di Campari. A parte l’innaturalità della postura (per mostrare bene l’etichetta quel pazzo furioso regge il vassoio con la destra e versa con la sinistra), è particolare la copiosità con cui scende il liquido. Vorrà mica significare che alla fine abbiamo trovato il vizio di Salma? Non è perversa né bulimica (rinuncia alle uova di Lompo), e non è neppure attratta dal lusso o dal circo. Vorrà mica dire che alla fine è alcolizzata? Potrebbe, tanto è vero che entra proprio nell’ultima porta. Traduzione: a Campari Salma dice di sì. Sintesi finale: a tutto ciò che è assolutamente godurioso e appetibile Salma dice no, tranne che a Campari. Clichè su clichè su clichè, insomma, una tale boiata che non potrebbe essere accettata nemmeno da uno studente di una scuola di comunicazione al suo primo giorno. Concludendo: è solo il mio parere, ma credo che se i californiani avessero fatto vedere Salma che piscia dentro un bicchiere di Campari avrebbero fatto meno danni alla marca. Almeno non sarebbe stato un clichè.






