Sull’ultimo numero di Genome Research è stata pubblicata la notizia che un laboratorio francese, le Centre National pour la recherche scientifique, sarebbe riuscito a riportare in vita un virus ormai estinto. Lo hanno chiamato Phoenix, come una fenice che risorge dalle sue ceneri, e dicono che abbia infettato le prime scimmie 30 milioni di anni fa e gli uomini 5 milioni di anni fa. Gli scienziati americani sono stati molto critici a proposito: ritengono che resuscitare un agente patogeno possa risultare pericoloso. Secondo me non hanno tutti i torti: i primi effetti nocivi di questo virus ancestrale potrebbero essersi già manifestati nella pubblicità italiana. E’ un caso, mi chiedo, se una forma di comunicazione come il jingle, data morta e sepolta da decine di anni, all’improvviso si espanda così velocemente all’interno delle agenzie? Dopo l’esempio di Parmigiano Reggiano, infatti, a distanza di una sola settimana le nostre televisioni vengono invase da Mon Chéri e dal suo urlo canoro: Splendido Fondente.
La prima cosa che viene da chiedersi è perché Donatella Rettore abbia permesso tale stravolgimento: Splendido Fondente, con un tocco di liquore e una ciliegia sorprendente. Suadente, caliente, ti accarezza dolcemente. Pairappapapparà pairappapapparà (sì, proprio così: pairappapapparà!). Splendido splendente, non ti passa mai di mente è un pensiero avvolgente. Splendente, suadente. Splendido Fondente. L’unica spiegazione è che la Rettore sia dotata di un’ironia ultraterrena, in quanto l’effetto di questo jingle è esilarante. La seconda cosa difficile da spiegare è l’esuberanza di Serena Autieri. E’ bella, è brava, ma possibile che non manchi occasione di dimostrare sempre tutte le sue qualità insieme (canto, ballo, recitazione…)? Almeno quando si presta alla pubblicità, questa santa donna, non potrebbe limitarsi a fare una cosa sola? Sembra che il fatto di dimostrare di essere brava, oltreché bella, sia diventata per lei un’ossessione (un paio d’orette da un analista, no?). Così facendo secondo me ottiene l’effetto contrario: scatena la nostalgia per le letteronze e le paperonze di turno (che è tutto dire) quelle senza velleità da super-soubrette. La terza cosa: Ferrero è sempre stata famosa per produrre spot particolari, ma negli ultimi anni sembrava che questa tendenza fosse stata invertita. Con Mon Chéri è stata capace di trovare lo Stargate Comunicazionale che la riproietta nel passato di almeno 10 anni. E passi pure che il target di Mon Chéri deve essere veramente retrò, tanto che anche mia nonna (quella che pensava che fossi un attore perché le avevo detto che facevo gli spot pubblicitari) gli preferiva i Ferrero Rocher, ma questo commercial mi fa venire in mente una delle mitiche battute di SouthPark: quando il nonno di Stan, per spiegare al nipote il motivo per cui vuole morire, lo chiude dentro una stanza, gli fa sentire una canzone di Enya e gli spiega: “ecco, questa è la vecchiaia!” Sostituite Enya con lo spot Mon Chéri e l’effetto sarà lo stesso. Cerco i credits della campagna e comincio a capirci qualcosa. Chi firma la campagna è Publiregia, house agency di Ferrero, molto meno attiva negli ultimi tempi (ma può darsi che i ricercatori francesi, insieme al virus, abbiano riportato in vita anche i loro creativi). Dopodiché leggo testualmente sul sito ufficiale Ferrero: “…è un film che genera sorpresa attraverso un’atmosfera che riporta alle pellicole del famoso agente segreto 007.” Sarà… ma a mio parere più che sorpresa genera stupore, e più che 007 ricorda un video clip degli Abba (l’Autieri che ti viene incontro scontornata nello spazio rievoca i fantasmi di Frida e di Agnetha). I brividini più intensi, però, me li suscitano quelle simpatiche figurine che si muovono sullo sfondo. Assistiamo a un crescendo: alla prima donna glitterata seguono le tre figurine che ballano sopra il logo, poi il tuffo nel liquore (“…realizzato con l’ausilio di una ballerina acrobata specializzata che si è tuffata da un vero trampolino…” ma pensa te!) e il gran finale con la lillipuziana che balla addirittura all’interno del Mon Chéri. Ma attenzione: la cosa che fa davvero sbellicare è il sound effect di quando Serena Autieri mette in bocca la pralina. Fateci caso: non la morde. E quel suono sembra che l’abbiano tratto direttamente dalla library di un film porno.
La prima cosa che viene da chiedersi è perché Donatella Rettore abbia permesso tale stravolgimento: Splendido Fondente, con un tocco di liquore e una ciliegia sorprendente. Suadente, caliente, ti accarezza dolcemente. Pairappapapparà pairappapapparà (sì, proprio così: pairappapapparà!). Splendido splendente, non ti passa mai di mente è un pensiero avvolgente. Splendente, suadente. Splendido Fondente. L’unica spiegazione è che la Rettore sia dotata di un’ironia ultraterrena, in quanto l’effetto di questo jingle è esilarante. La seconda cosa difficile da spiegare è l’esuberanza di Serena Autieri. E’ bella, è brava, ma possibile che non manchi occasione di dimostrare sempre tutte le sue qualità insieme (canto, ballo, recitazione…)? Almeno quando si presta alla pubblicità, questa santa donna, non potrebbe limitarsi a fare una cosa sola? Sembra che il fatto di dimostrare di essere brava, oltreché bella, sia diventata per lei un’ossessione (un paio d’orette da un analista, no?). Così facendo secondo me ottiene l’effetto contrario: scatena la nostalgia per le letteronze e le paperonze di turno (che è tutto dire) quelle senza velleità da super-soubrette. La terza cosa: Ferrero è sempre stata famosa per produrre spot particolari, ma negli ultimi anni sembrava che questa tendenza fosse stata invertita. Con Mon Chéri è stata capace di trovare lo Stargate Comunicazionale che la riproietta nel passato di almeno 10 anni. E passi pure che il target di Mon Chéri deve essere veramente retrò, tanto che anche mia nonna (quella che pensava che fossi un attore perché le avevo detto che facevo gli spot pubblicitari) gli preferiva i Ferrero Rocher, ma questo commercial mi fa venire in mente una delle mitiche battute di SouthPark: quando il nonno di Stan, per spiegare al nipote il motivo per cui vuole morire, lo chiude dentro una stanza, gli fa sentire una canzone di Enya e gli spiega: “ecco, questa è la vecchiaia!” Sostituite Enya con lo spot Mon Chéri e l’effetto sarà lo stesso. Cerco i credits della campagna e comincio a capirci qualcosa. Chi firma la campagna è Publiregia, house agency di Ferrero, molto meno attiva negli ultimi tempi (ma può darsi che i ricercatori francesi, insieme al virus, abbiano riportato in vita anche i loro creativi). Dopodiché leggo testualmente sul sito ufficiale Ferrero: “…è un film che genera sorpresa attraverso un’atmosfera che riporta alle pellicole del famoso agente segreto 007.” Sarà… ma a mio parere più che sorpresa genera stupore, e più che 007 ricorda un video clip degli Abba (l’Autieri che ti viene incontro scontornata nello spazio rievoca i fantasmi di Frida e di Agnetha). I brividini più intensi, però, me li suscitano quelle simpatiche figurine che si muovono sullo sfondo. Assistiamo a un crescendo: alla prima donna glitterata seguono le tre figurine che ballano sopra il logo, poi il tuffo nel liquore (“…realizzato con l’ausilio di una ballerina acrobata specializzata che si è tuffata da un vero trampolino…” ma pensa te!) e il gran finale con la lillipuziana che balla addirittura all’interno del Mon Chéri. Ma attenzione: la cosa che fa davvero sbellicare è il sound effect di quando Serena Autieri mette in bocca la pralina. Fateci caso: non la morde. E quel suono sembra che l’abbiano tratto direttamente dalla library di un film porno.






